Matteo Berrettini è tornato. A Stoccarda, sull'erba che gli ha dato i sogni più grandi e le delusioni più dolorose, l'azzurro ha alzato il primo trofeo di una stagione che sembrava già scritta — male — quando a gennaio gli infortuni lo avevano costretto a un'altra pausa.
Il match contro Hurkacz è stato un manifesto di cosa Berrettini sa fare quando il fisico tiene: prima al 75%, dritto pesante, accelerazioni che spaccano le righe. 7-6, 7-6 in poco meno di due ore. Il polacco non ha mai trovato il varco.
"Questi mesi sono stati i più duri della mia carriera," ha detto Matteo alla cerimonia di premiazione, con la voce rotta. "Ho pensato di smettere. Poi ho pensato che mi sarebbe mancato troppo." Standing ovation del pubblico tedesco, che ricorda quando lo vide vincere il primo titolo proprio qui, nel 2019.
Il calendario adesso lo porta a Halle, poi Wimbledon. È presto per dire se la magia possa ripetersi, ma una cosa è certa: il muro più alto, quello mentale, è caduto. E il tennis italiano ritrova un nome che aveva imparato a sognare in grande.


