Fin da bambini ci insegnano che lo sport è uguaglianza. Ci insegnano che il campo è il luogo dove le differenze si annullano, dove contano il talento, il sacrificio, il lavoro quotidiano e la capacità di meritarsi la vittoria. Ci insegnano che la maglia può avere colori diversi, ma che le regole devono essere uguali per tutti.
Per questo motivo la vicenda che coinvolge l'Iran al Mondiale statunitense merita una riflessione profonda.
Secondo le disposizioni imposte dalle autorità americane, la nazionale iraniana è stata autorizzata a entrare negli Stati Uniti soltanto poche ore prima delle proprie partite. Nelle ultime ore è arrivata una parziale apertura: il limite è stato esteso a 48 ore prima del match. Resta però l'obbligo di lasciare il Paese immediatamente dopo la conclusione della gara.
E allora la domanda nasce spontanea.
Come si può accettare che una squadra qualificata al più importante torneo calcistico del pianeta debba vivere una situazione del genere? Come si può parlare di pari opportunità quando una nazionale è costretta a organizzare la propria permanenza fuori dal Paese ospitante e a entrare soltanto a ridosso delle partite?
Non stiamo ignorando la complessità della situazione. Esistono questioni diplomatiche, geopolitiche e di sicurezza che vanno ben oltre il calcio. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma proprio per questo è giusto fermarsi a riflettere.
Perché una squadra che partecipa a una competizione sportiva deve essere trattata come un potenziale problema? Perché deve essere sottoposta a condizioni che nessun'altra nazionale affronta? Quale messaggio arriva agli atleti, ai tifosi e soprattutto ai bambini che guardano il Mondiale sognando un giorno di esserci?
Il punto non è stabilire chi abbia ragione o torto sul piano politico.
Il punto è ricordare quale dovrebbe essere la missione dello sport.
Lo sport dovrebbe essere uno spazio neutrale. Un luogo in cui le differenze si affrontano attraverso il confronto leale e non attraverso limitazioni che inevitabilmente incidono sulla preparazione, sull'organizzazione e sulla serenità di una squadra.
E non si tratta di un episodio isolato.
Anche altre delegazioni hanno incontrato ostacoli burocratici significativi. L'attaccante iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto per circa sette ore all'aeroporto di Chicago prima di ricevere l'autorizzazione all'ingresso. Ancora più delicata la situazione del fotografo ufficiale della nazionale irachena, Talal Salah, trattenuto per oltre dieci ore e successivamente respinto dalle autorità di frontiera.
Sono episodi diversi, certo. Ma tutti raccontano la stessa realtà: quella di un Mondiale in cui, accanto al calcio giocato, si stanno disputando partite invisibili fatte di documenti, controlli, autorizzazioni e burocrazia.
A volte viene il dubbio che il mondo abbia costruito sistemi talmente complessi da dimenticare il motivo per cui quelle regole sono nate.
Lo sport dovrebbe servire ad avvicinare i popoli, non ad aumentare le distanze.
Perché qualsiasi sport al quale assistiamo, dal campionato provinciale fino alla finale di un Mondiale, dovrebbe rispettare un principio fondamentale: deve vincere il più meritevole. Ma per essere davvero il più meritevole bisogna avere avuto le stesse opportunità del proprio avversario.
Altrimenti qualcosa si rompe.
Si perde il gusto della sfida.
Si perde il fascino dell'imprevedibile.
Si perde quella magia che rende lo sport diverso da tutto il resto.
Noi di Bordocampo continueremo a raccontare anche queste pagine meno luminose. Non per alimentare polemiche, ma per ricordare che esistono valori che meritano di essere difesi.
Perché il calcio passa.
I Mondiali passano.
Ma il significato dello sport dovrebbe restare.
Sempre.
Viva lo sport.



