Ma qualcosa è cambiato.
Negli ultimi anni i social sono diventati sempre più spesso un luogo di sfogo, rabbia e aggressività. Quello che doveva essere uno spazio di condivisione si è trasformato, in molti casi, in un tribunale permanente dove ogni errore viene giudicato e ogni sconfitta scatena una valanga di insulti.
L'ultimo episodio riguarda Elena Rybakina. Dopo una recente sconfitta, la tennista kazaka ha deciso di chiudere il proprio profilo Instagram, sommersa da messaggi offensivi e attacchi personali. Una decisione che ha riacceso il dibattito su un fenomeno che ormai coinvolge tutto il mondo dello sport.
## Non si tratta più di casi isolati
Rybakina non è la prima e probabilmente non sarà l'ultima.
Negli ultimi anni numerosi atleti hanno scelto di allontanarsi temporaneamente o definitivamente dai social network. Naomi Osaka ha più volte abbandonato le piattaforme per proteggere la propria salute mentale. Paula Badosa ha denunciato pubblicamente gli insulti ricevuti dopo alcuni ritiri per infortunio. Elina Svitolina ha raccontato di aver ricevuto minacce di morte dopo alcune sconfitte.
Situazioni che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate eccezionali oggi stanno diventando sempre più frequenti.
La differenza rispetto al passato è evidente: una volta la critica restava sugli spalti, nei bar o nei programmi televisivi. Oggi arriva direttamente sul telefono dell'atleta pochi secondi dopo la fine della gara.
## Il ruolo delle scommesse sportive
Esiste poi un elemento che ha amplificato ulteriormente il problema: la crescita esponenziale delle scommesse sportive online.
Sempre più spesso gli atleti raccontano di ricevere insulti da persone che non sono tifosi della squadra avversaria, ma semplicemente scommettitori che hanno perso denaro.
Un doppio fallo nel tennis, un rigore sbagliato nel calcio o un errore decisivo nel basket possono trasformarsi immediatamente in centinaia di messaggi offensivi.
Molti utenti non vedono più l'atleta come una persona che compete ad alto livello, ma come il responsabile diretto di una perdita economica. Una mentalità pericolosa che sta contribuendo ad alimentare un clima tossico attorno allo sport professionistico.
## Anche il calcio vive lo stesso problema
Se nel tennis il fenomeno è particolarmente visibile, nel calcio le dimensioni sono ancora maggiori.
Il caso più noto resta quello di Marcus Rashford, Jadon Sancho e Bukayo Saka dopo la finale degli Europei del 2021. I tre giocatori inglesi furono sommersi da migliaia di messaggi offensivi e razzisti dopo aver sbagliato i rigori decisivi contro l'Italia.
Ma non si tratta di un episodio isolato.
Harry Maguire è stato per anni bersaglio di attacchi continui sui social dopo errori in campo. Romelu Lukaku ha denunciato più volte episodi di odio online. Thierry Henry, una delle leggende del calcio mondiale, arrivò addirittura a chiudere tutti i propri profili social per protestare contro il razzismo e la mancanza di controlli sulle piattaforme.
Un gesto simbolico che oggi appare quasi profetico.
## Sempre più campioni scelgono di disconnettersi
Il dato che dovrebbe far riflettere è che molti atleti stanno iniziando a considerare l'abbandono dei social non come una scelta estrema, ma come una necessità.
Per anni si è detto che essere presenti online fosse fondamentale per costruire il proprio brand personale. Oggi molti professionisti iniziano a chiedersi se il prezzo da pagare non sia diventato troppo alto.
Quando un atleta sente il bisogno di chiudere il proprio profilo per difendersi dagli insulti, significa che qualcosa nel rapporto tra sport e social media si è rotto.
## Una sfida che riguarda tutti
La questione non riguarda soltanto gli sportivi professionisti.
Riguarda il modo in cui viviamo lo sport.
La passione, la delusione e perfino la rabbia fanno parte del tifo da sempre. Ma esiste una differenza enorme tra criticare una prestazione e trasformare un atleta nel bersaglio di campagne di odio.
Dietro ogni risultato c'è una persona. Dietro ogni sconfitta c'è un essere umano che ha dedicato anni di lavoro per arrivare a competere ai massimi livelli.
I social media hanno dato una voce a tutti. La vera sfida sarà imparare a usarla senza dimenticare il rispetto.
Perché se sempre più campioni stanno scegliendo di allontanarsi dalle piattaforme, il rischio è che i social perdano proprio ciò che li aveva resi speciali: il contatto diretto tra sportivi e appassionati.
