Per anni gli era mancato il colpo finale. Quel match-point che premia gli anni di lavoro, le sconfitte accumulate, i piedi sulla terra rossa a inseguire un sogno. A Monte Carlo, contro Novak Djokovic, Lorenzo Musetti ha trovato finalmente la chiusura.

7-5, 4-6, 7-5. Tre set densi, di quelli che lasciano l'aria immobile sul campo principale del Monte Carlo Country Club. Il rovescio a una mano dell'azzurro ha disegnato linee impossibili, il dritto in cross ha rotto la simmetria che il serbo cerca da sempre. E poi quella palla corta al match-point, scivolata come una carezza oltre la rete.

"Sono cresciuto guardandolo," ha detto Musetti dopo. "Vincere contro di lui non cambia chi sono io, ma cambia qualcosa qui dentro." E si è toccato il petto, gli occhi lucidi che sembravano voler chiedere scusa per la commozione.

Il match è stato anche il manifesto di un tennis che pochi raccontano: estetico, tattico, paziente. Musetti non ha mai cercato la potenza pura. Ha lavorato sugli angoli, sui ritmi, sulla testa dell'avversario. E in un finale di set in cui Djokovic ha provato l'ultimo affondo, ha risposto con tre vincenti consecutivi che valgono una carriera.

Per Carrara, per la Toscana, per chi crede ancora che il tennis sia anche arte, è un giorno da ricordare. La strada è lunga, ma il muro più alto è caduto.