Ma guardando oltre la retorica ufficiale, una domanda sorge spontanea: siamo davvero di fronte a un Mondiale condiviso?
I numeri raccontano una realtà diversa. Su 104 partite complessive, il Messico ne ospita appena 13. Lo stesso vale per il Canada. Tutto il resto si gioca negli Stati Uniti.
Una sproporzione che non è passata inosservata tra i tifosi messicani. Molti di loro, dopo quarant'anni di attesa per rivedere la Coppa del Mondo nel proprio Paese, si sentono semplicemente messi da parte.
"Quando hanno stabilito che si trattava di 13 partite, mi è sembrato un insulto", racconta un tifoso messicano. Una dichiarazione che sintetizza il malcontento di una parte della popolazione, convinta che il Messico abbia ricevuto un ruolo secondario in un torneo che avrebbe dovuto rappresentare una celebrazione condivisa tra i tre Paesi ospitanti.
Per molti messicani il calcio non è soltanto uno sport: è parte dell'identità nazionale. Eppure, nel torneo che dovrebbe celebrare il ritorno del Mondiale in Messico, il ruolo assegnato al Paese appare marginale.
La delusione non riguarda soltanto il numero delle partite.
Come abbiamo potuto apprendere dalle testimonianze raccolte in questi giorni, molti tifosi si sentono esclusi economicamente dall'evento. Biglietti da migliaia di dollari per assistere alla gara inaugurale del Messico, costi televisivi aumentati rispetto al passato, limitazioni per bar e ristoranti che vogliono trasmettere le partite. Persino seguire il torneo da casa o dal proprio quartiere è diventato più complicato.
Emblematica è anche la storia di un tifoso che aveva seguito il Messico fino ai Mondiali di Russia 2018, percorrendo migliaia di chilometri a bordo di un autobus decorato con i colori della propria nazionale. Oggi, con il Mondiale che torna finalmente in Messico, resterà a casa. Non per mancanza di passione, ma perché il torneo non appare più accessibile come un tempo.
La sua riflessione colpisce nel segno: "Una volta era un evento per tutti".
Ed è proprio qui che emerge una questione più ampia.
Lo sport parla continuamente di uguaglianza. Lo fa attraverso campagne pubblicitarie, slogan, iniziative sociali e messaggi istituzionali. Ma l'uguaglianza non può essere soltanto un concetto da esibire durante le cerimonie o da promuovere sui social network.
Deve tradursi in scelte concrete.
Se un Paese ospitante riceve appena una piccola frazione delle partite. Se una parte consistente dei tifosi locali non può permettersi di entrare negli stadi. Se guardare una partita diventa un lusso e non più una festa popolare. Allora è legittimo chiedersi se il calcio stia davvero rispettando quel principio di inclusione che dice di difendere.
L'uguaglianza nello sport non riguarda soltanto ciò che accade sul campo tra due squadre che partono undici contro undici.
Riguarda anche il modo in cui vengono distribuite le opportunità, la partecipazione, l'accesso e il valore generato da eventi che appartengono ai tifosi prima ancora che alle organizzazioni che li gestiscono.
Il Mondiale 2026 resterà nella storia per le sue dimensioni e per il numero record di partite. Ma rischia anche di diventare il simbolo di una contraddizione sempre più evidente: un evento presentato come condiviso da tre nazioni, ma vissuto da molti come fortemente sbilanciato verso una sola.
Lo sport dovrebbe unire, includere e dare a tutti la possibilità di sentirsi parte dello spettacolo. Non solo in campo, non solo nei messaggi istituzionali e non soltanto nelle campagne di comunicazione.
Perché l'uguaglianza, quella vera, non può essere soltanto di facciata.
E quando una parte degli ospitanti si sente ospite a casa propria, forse è il momento di interrogarsi sul significato reale di quella parola.
Noi di Bordocampo crediamo che raccontare lo sport significhi anche questo: andare oltre il risultato, oltre i novanta minuti e oltre le narrazioni ufficiali. Significa accendere una riflessione su ciò che rende lo sport un patrimonio di tutti. Il nostro obiettivo non è soltanto diffondere notizie, ma contribuire a promuovere l'essenza più autentica dello sport: quella che unisce, che include, che crea appartenenza e che permette a ogni tifoso, indipendentemente dalle proprie possibilità economiche o dal Paese in cui vive, di sentirsi parte della stessa passione.
Perché il calcio, prima di essere un business, è una comunità. E non dovrebbe mai dimenticarlo.



